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Quando il maltrattamento “non c’è”, ma si sente lo stesso

All’interno delle RSA, la relazione non si costruisce solo con gli ospiti, ma anche con i loro familiari.
Un dialogo che non sempre è semplice, perché nasce da un momento di grande fragilità emotiva.

Decidere di affidare un proprio caro a una struttura è una scelta difficile, spesso accompagnata da un senso di colpa profondo:

  • la percezione di aver tradito il proprio dovere di cura;
  • la paura del giudizio sociale (“lo hanno abbandonato”);
  • l’impotenza davanti a limiti fisici, economici o psicologici;
  • il bisogno, legittimo, di prendersi cura di sé per non crollare.

Questo senso di colpa, talvolta, può trasformarsi in un controllo eccessivo sugli operatori: ogni dettaglio viene osservato, analizzato, criticato. È un modo per restare “presenti”, per sentirsi ancora parte attiva nella cura del proprio caro. Ma a volte questo atteggiamento porta a percepire come maltrattamenti comportamenti che, in realtà, sono parte del percorso terapeutico o riabilitativo.

Ad esempio:
Un operatore che non imbocca un anziano non lo sta trascurando — lo sta aiutando a mantenere la propria autonomia.
Un familiare che trova il genitore spesso in poltrona può pensare che non venga stimolato, ma magari ha appena terminato la fisioterapia e quel momento di pausa è parte del suo benessere.

Gli ambiti più “sensibili” sono molti: l’igiene, il vestiario, il cibo, gli orari di riposo o di attività. Tutto può essere interpretato, spesso erroneamente, come segnale di incuria.

Dietro questi fraintendimenti non ci sono solo le dinamiche di una struttura, ma un tema più profondo: l’accettazione.
Accettare la fragilità del proprio caro, la perdita di autonomia, e anche il proprio limite come caregiver.

Per questo, operatori ben formati non devono solo assistere, ma anche ascoltare, accogliere e accompagnare i familiari in questo difficile percorso.

ZONA BLU lavora anche su questo: costruire ponti di comprensione, dove l’empatia diventa la migliore forma di protezione.